mercoledì 23 settembre 2015

Notte Voragine


Finalmente l’attesissimo seguito di Prega il tuo dio. La gente incominciava a spazientirsi, mi fermava per strada, i giornali, le televisioni, tutto il mondo si chiedeva il motivo del ritardo. Be’, non c’era chissà quale motivo. Ho ritardato soltanto per creare più aspettativa, per far friggere i fan, nell’attesa.
Ora però Notte Voragine è in vendita su Amazon. Da oggi. 
Che storia è? Una storia violenta e notturna almeno quanto Prega il tuo dio. Questa volta la bella Adele anziché quel gran bastardone del Sodomizzatore, dovrà affrontare una carina, dolce e innocua ragazza tramutatasi niente meno che nella Voragine. Non voglio rovinarvi la sorpresa, ma devo dire che questa Voragine ha alcune caratteristiche in comune col Sodomizzatore, sebbene le abbia al contrario. 
E Fosco? C’è anche lui, e mi sa tanto che s’è innamorato di Adele, povero imbecille, non sa dove si sta cacciando. Poi ci sono anche altre vecchie conoscenze, qualcuna molto piacevole, qualcuna molto meno, ma cosa volete farci, è così.
La copertina vi piace? Ce l’ha il suo stile no? Perchè ci tengo allo stile.
Se leggerete questo romanzo arrivati in fondo vi renderete conto che probabilmente ci starebbe bene un ulteriore capitolo. Probabilmente ci sarà, con la dovuta calma. 



martedì 4 agosto 2015

Ultima spiaggia





Quest’anno andrò al mare. Come sempre del resto. Il mare è bello e si può stare lì senza fare quasi niente. È il meritato riposo. Dopo tutto l’anno che uno sgobba ci mancherebbe anche che non può andare al mare e buttarsi sotto l’ombrellone. 
Sotto l’ombrellone a volte fa troppo caldo. 
Sotto l’ombrellone si può dormire, se i bambini non fanno casino. Si può riposare. Si può anche leggere. Quest’anno non porterò più nemmeno un libro. Basta, sono scomodi nella valigia e tanto l’anno scorso non ho letto niente. Preferisco postare su Facebook, che è più divertente. 
Non c’è niente di più riposante che starsene tutto il giorno sotto l’ombrellone col telefono in mano e postare delle cose su Facebook. Che forte. La foto di mia suocera che fa fatica ad alzarsi dalla stuoia, che ridere. Il costume della figlia di sedici anni del carrozziere che sta due sdraio più in là, la parte sotto e di dietro, un costume davvero bello. Tutti noi che mangiamo la pizza sugli asciugamani. Mio suocero che dorme. 
Mia moglie vuole portare lo stesso un libro, ma tanto non lo legge. Le ho appena comperato il telefono nuovo, figurati. Che poi a leggere fai fatica, e al mare ci andiamo per riposare. 
La prova costume l’abbiamo superata tutti. Superarla è facilissimo, non ho mai capito perchè la menano tanto con sta storia, basta mettersi il costume. Superata.  
Quando sono al mare il mio obiettivo è stare lì e riposarmi. Al massimo condivido con i miei amici le mie esperienze. Se per esempio compero le ciabatte nuove lo faccio sapere a tutti e metto una foto.
Quando ero giovane andavo per rimorchiare, ma adesso c’è mia moglie. 
Quest’anno abbiamo cambiato albergo e spiaggia, chissà come sarà. 

martedì 21 luglio 2015

L'esorcista mostruoso




Ho da poco letto il romanzo L’esorcista. Lo so, non averlo letto prima è una mancanza piuttosto grave, per uno che legge tanto horror e ne scrive pure. Almeno però ho rimediato, complice il prezzo molto basso che ha l’ebook su Amazon, solo 1,99. Il film ovviamente, ben più famoso, l’avevo visto anni fa.

Faccio alcune considerazioni. 

Il film fa più paura del libro, questo è sicuro. Molto è dovuto al semplice fatto che un film in generale è in grado di far più paura di un libro, per via delle atmosfere che riesce a creare, grazie anche alla stimolazione di più sensi. Credo inoltre che il film sia, come spesso accade, meno dispersivo, portando lo spettatore dritto alla paura, senza distrazioni. Ciao, mi chiamo Regan, ho dodici anni e sono posseduta dal demonio: adesso vi terrorizzo.

Dall’altra parte il libro è più dettagliato. I personaggi sono più definiti, su tutti il poliziotto, che nel film resta onestamente sullo sfondo, mentre nel libro è una figura in certi casi perfino invadente e tendente all’odioso. La parte sulle procedure teoriche dell’esorcismo sono spiegate molto bene, mentre nel film se ne dà una breve infarinatura. Insomma, nel libro c’è più roba. La scena in assoluto più terrificante del film è quando Karras entra nella stanza e trova Merrin stecchito. Il demonio, che s’è slegato come avrebbe potuto fare in qualsiasi momento, sta lì appoggiato alla sponda le letto, e se la ridacchia sotto le labbra sgretolate. Nel libro la scena è più debole, ha meno impatto, per forza di cose si perde un po’ via nelle descrizioni. 

Dalla sua però il libro ha un elemento quasi assente nel film, che è la sottile logica ingannevole che usa il demonio. Lui non fa nulla che possa tradire la sua reale presenza. Mai, ma proprio mai, Karras potrà dire sì, li dentro c’è il diavolo. Non glielo fornisce il diavolo, questo elemento. E lo fa apposta. Dalle pagine emerge bene, e crea un senso di angoscia notevole, perchè tutti lo sanno, che in realtà è il diavolo, ma non si può dimostrare, sfugge, ci frega sempre. Nel film questo aspetto manca. C’è solo qualche accenno, messo lì, che da solo non basta a far capire e men che meno a dare quella sensazione claustrofobia.

Quindi il film fa più paura del libro, ma è anche migliore? No, credo si attestino entrambi sullo stesso livello. Devo ammettere però, che il film ha raggiunto uno stadio di cult assoluto che il romanzo non raggiungerà mai. 

Una cosa curiosa è il titolo. Sicuramente di proposito l'autore ha posto l’attenzione su un elemento secondario, anche se importante. Sì, il film è, estremizzando, un lungo racconto di un esorcismo. Il titolo però, non è “L’esorcismo” bensì “L’esorcista”. Mi ha sempre inquietato, questa cosa.

A tal proposito.

Quando avevo sette o otto anni, non avendo per fortuna ancora visto il film, credevo che l’esorcista fosse un mostro. Sì, un mostro, tipo quelli di Alien per intenderci, un essere mostruoso che faceva fuori la gente. Chissà dove, avevo avvertito qualche diceria, ovviamente roba terrificante, e m’ero fatto quell’idea. Il termine esorcista era troppo esotico, ignoto, per poter essere altro che una creatura tremenda. In più, ricordo un episodio incredibile. Di fronte alle scuole elementari, alla mattina, prima d’entrare, dove i bambini (adesso dico bambini, ma all’epoca non eravamo di certo bambini) un mio compagno, mentre tutti gli altri facevano le solite cose, (urlare, correre con in spalla le cartelle, cadere, menarsi) raccontò d’aver visto L’esorcista alla televisione, che a quanto pareva avevano dato qualche sera prima. “L’avete visto voi?” chiese “avete visto quando passa quello di corsa? E vooom, lui gli stacca la testa?” Mosse pure il braccio, di scatto, con la mano di taglio, per simulare qualcosa che mozzava una testa. Zac! Dio, che brividi, l’esorcista mozza anche le teste. Per anni poi ho continuato a credere che l’esorcista fosse un mostro inconcepibile.  

Chissà che cazzo di film aveva visto quel bambino, o cosa aveva sentito per inventarsi quell’assurdità. Chissà. 

martedì 14 luglio 2015

Recensioni agghiaccianti: come ti affosso il racconto in due righe



Le recensioni negative fanno parte della vita dello scrittore. Lo sanno tutti. Ogni scrittore, dal migliore del mondo al peggiore, sa che le recensioni negative ci saranno sempre, per lui come per gli altri. Nessun problema. E meno male, perchè altrimenti se ci fossero solo recensioni positive sarebbe tutto più noioso.  Nonostante questo però, ogni volta che si riceve una recensione negativa girano le palle. È vero o no? È vero, girano le palle. Bisogna però fare delle distinzioni. Le recensioni negative non sono tutte uguali. Ci sono quelle inutili e che lasciano il tempo che trovano, del tipo: questo libro non mi è piaciuto per niente, lo sconsiglio. Ci sono quelle assurde, del tipo: questo libro di autore esordiente auto pubblicato a 0,99 che parla di mostri-vampiri è molto più scarso di Io sono leggenda, lo sconsiglio. Ci sono quelle pignole/snob/nauseanti, del tipo: l’dea era buona, ma le api non iniziano la loro attività prima del mese di aprile, almeno che non ci sia una primavera molto calda, perciò, visto che si dice in modo chiaro che l’aria era ancora fresca, è impossibile che il giardiniere venga massacrato dalle api assassine in marzo, e tra l’altro un pesticida mutageno del tipo descritto è inverosimile, lo sconsiglio.Poi ci sono anche quelle costruttive, dal quale l’autore può ricavare informazioni utili, del tipo: racconto piacevole, ma troppo prolisso nelle descrizioni, ho fatto fatica a terminarlo, che noia, dovevo schiaffeggiarmi mentre leggevo per non dormire.L’ultima bella recensione negativa che ho ricevuto è per il racconto Montagne di carne. Eccola, consiglio di cliccare sull'immagine per leggerla meglio.


Vi piace? A me sì.
Prima cosa. Non è così negativa come la stelletta da sola può far pensare. Intanto mi son preso un bel complimento, e sì che l’autore sa scrivere. Poi il contenuto accidentalmente obbrobrioso, molto bene, visto che è un effetto voluto, vuol dire che ho centrato l’obbiettivo. Lo consiglio a chi vuol leggere qualcosa di horror senza molto senso, be’, che liberazione, chi cazzo lo vuole il senso? L’importante è leggere roba pazzesca, che cazzo ce ne frega del resto? Ci sono storie che partono da lontano, costruite alla perfezione, dove vengono tessute le trame e tirati tutti i fili e sono ottime storie, e ci sono storie invece che...Bam! Ti sbattono in mezzo a una rissa e ne vieni fuori dopo aver preso qualche calcio nei denti, e possono essere storie altrettanto ottime. Montagne di carne è di questo tipo, più che non avere senso. Non ho trovato nessuna morale ne spessore nella descrizione dei personaggi, Oh, cara la mia Aissela ci hai preso di nuovo, la morale era l’ultima cosa che avevo in mente mentre scrivevo il racconto, e lo spessore dei personaggi anche. Adesso non cercherò di convincervi che lo spessore dei personaggi non serve, o non è positivo. No. Ma serve dove serve, e qui non serve, fidatevi. 
Questa recensione da una stella quindi è piuttosto particolare, in quanto è si molto negativa, ma è anche azzeccata. Dovrei preoccuparmi?
No, perchè c’è di peggio. Vediamo quest’altra, inflitta al racconto Zona Z di Alessandro Girola.


Tralasciamo il fatto che l’opera in questione è molto avvincente e ben scritta, a parer mio e  di molti altri, cosa si può dire? Ognuno dice e fa quello che vuole, ma che senso ha una recensione del genere? Allora è meglio una del tipo inutile (vedi sopra), non fa danno e ottiene lo stesso l’unico risultato a cui deve mirare una recensione negativa, ossia far capire che al recensore il libro ha fatto cagare. Invece questa, dicendo che di fronte alle boiate viste e straviste ci si potrebbe anche tappare il naso ma al cospetto di errori grammaticali gravissimi e al fatto che l’autore non conosca l’italiano proprio no, mi pare che oltrepassi lo scopo che dovrebbe avere una recensione. Vi giuro, non mi sono accorto, ma se mi fossi accorto mentre leggevo del “un eco” anzichè “una eco”, avrei immediatamente smesso di leggere e avrei buttato il Kindle nel cesso. Probabilmente avrei smesso di leggere in assoluto, nella vita, traumatizzato. D’ora in poi starò più attento.
Di sicuro non rispetta le mie famosissime linee guida
La ciliegina: la tipa s’è fatta rimborsare i quasi due euro. Pazzesco.

Vediamone un’altra, di un autore leggermente più famoso. Si scorge il titolo scritto in piccolino.


Questa mi dà speranza, perchè vuol dire che c’è proprio in giro un po’ di tutto. Se spesso ci si lamenta della pochezza degli autori minori, c’è anche chi la pochezza a quanto pare la vorrebbe. 
Ma torniamo ai meno famosi. Ecco questa perla sul racconto Osmiza: orrore sul Carso.


Bella vero? Sono di questa opinione: se uno vuole dare libero sfogo al proprio delirio con una recensione può farlo, ma lo faccia dando una valutazione in stellette intermedia, tre, tanto per non incidere troppo. Perchè una stella? Qualcuno è in grado di interpretarla? A un ottimo racconto di un autore esordiente poi...Si prega di notare che ben tre persone hanno ritenuto utile questa delizia.
Quindi? Conclusioni? Nessuna conclusione, solo che il modo è bello perchè è vario.

martedì 7 luglio 2015

Chi è stufo degli zombi?


Ve lo dico subito, il titolo è provocatorio. In realtà il racconto che ho scritto non è un vero e proprio tentativo di cambiare qualcosa nel panorama zombiesco, di cercare d’essere originale. È piuttosto uno sguardo oltre il velo, attraverso le fette di salame, un po’ come se mi fossi messo gli occhiali di Essi vivono, ve lo ricordate il film di Carpenter? Però sì, questi grassoni ricordano in qualche modo gli zombi, specialmente quelli del film di Romero, dato che la storia è ambientata in un grosso centro commerciale. 

È un horror quindi? Certo, cosa se no? Come potrei abbandonare il mio genere preferito, l’unico tra l’altro con il quale si può riuscire a dare una descrizione verosimile del mondo? Attenzione però, è un horror in puro stile Banshee Miller, lo si intuisce già dalla copertina che vedete qui di fianco, non vi sembra? Perciò niente spiegazioni, niente mezze misure, niente rispetto per i canoni, se non, forse,  per prendere un po’ per il culo, così, in modo amichevole. Allora bene, se vi interessa sapere cosa succede in un centro commerciale pieno di Grassoni, leggete pure.

mercoledì 1 luglio 2015

Italia Vs Resto del mondo





In questi ultimi anni, visti i prezzi scandalosi che hanno raggiunto i libri, nuovi, usati, appena usciti che siano, ho preso l’abitudine di rileggere romanzi letti in passato. 
Gli ultimi due “ripescaggi” che ho fatto sono stati La città dei clown di Will Elliott e La pelle fredda di Albert Pinol, entrambi comperati all’uscita, sette o otto anni fa, con conseguente salasso.  
Be’, sapete una cosa? Sono due bellissimi romanzi. Sono entrambi horror anche se in modo molto diverso. Me li ricordavo belli e lo sono ancora.
Dopo aver finito le letture, ho controllato su Amazon cos’altro avessero scritto questi due autori. Cos’hanno scritto? Niente. Proprio niente. O meglio, hanno scritto altro, ma nulla di tradotto in italiano. E come mai? Semplice, perchè con i due romanzi sopracitati, diciamo d’esordio, non hanno avuto successo. Una recensione da una stelletta per La città dei clown e zero per La pelle fredda, giusto per confermare lo scarsissimo successo. 
Pazienza, mica tutti possono avere successo, peccato però, perchè sono romanzi molto validi.
Poi ho dato un’occhiata su Amazon.com, tanto per curiosità. 
The Pilo family circus, il romanzo di Elliott, ha quarantatre recensioni con una media di quattro stellette e mezza! E Cold skin trentuno, quattro stellette di media! 
Com’è possibile una cosa del genere?
Faccio qualche ipotesi.
I due romanzi fanno effettivamente schifo e gli utenti di lingua inglese non capiscono un cazzo?
I gusti degli utenti di lingua inglese sono diversi dai gusti degli utenti italiani e io ho i gusti simili ai primi? 
Un caso?
Gli utenti italiani, escluso me, non capiscono un cazzo?
Magari è vera qualcuna di queste ipotesi fatte qui sopra, però ho un’altra idea.
In Italia il mercato editoriale è statico come un pilone di cemento. La proposta editoriale invece è statica come un pilone di cemento. Si trova qualcosa che vende, bene, tutte le risorse, poche, vendono buttate lì e si va avanti dritti finchè la cosa che vende non la sopporta più nessuno. Poi ne salta fuori un’altra. 
In Italia i lettori esigenti sono pochi. I lettori che leggono di tutto, che cercano, che apprezzano, sono pochi. Sono tanti invece i lettori che hanno sabbia tra le pagine dei libri, prechè il vicino ha sbattuto l’asciugamano contro vento. Sono tanti i lettori che comprano e non leggono, che non hanno pretese, che s’accontentano del primo libro colorato in cima alla pila al supermercato. 
Questi elementi fanno sì che i libri vengano spinti sempre nella stessa direzione. Qualsiasi sia il contenuto, qualsiasi sia la storia, il libro viene spinto nel mucchio della roba che vende, viene spacciato per affine alla roba che vende, anche se non lo è, perchè altrimenti il lettore, al supermercato, scappa urlando e agitando le mani. 
Nell’unica recensione, una sola stella, della Città dei clown, l'unente sostiene che il libro sia una noia mortale, che non faccia paura per niente. È vero, il libro non fa particolarmente paura, ma, con sincerità, quanti horror esistono che leggendoli procurano vera paura? Il problema non è la paura, il problema è tutto il sistema che si usa per promuovere un un libro. Se è un thriller/horror deve sempre essere il più terrificante/spaventoso/disturbante mai pubblicato, deve ricordare Stephen King o qualche thrillerista del momento. In questo modo il lettore si aspetta sempre le stesse cose, se le trova è contento, altrimenti no.
Sulla copertina della Città dei clown ci sono belle in evidenza citazioni varie dove il romanzo viene associato a King, appunto, e a Lovecraft. Ecco, perfetto. Con King non centra niente, ma proprio niente. Con Lovecraft, mah, c’è qualche horror, se togliamo vampiri e zombie (neanche tutti magari), che non ha niente a che fare con Lovecraft? Allora bisogna dirlo ogni volta? Che poi uno s’aspetta antiche entità mostruose che emergono dagli abissi per divorare comunità costiere di inizio novecento. 
La città dei clown è un ottimo romanzo, fantasioso, veloce, che butta il lettore dentro una mischia senza troppi complimenti. E va preso così. Sarà un caso che sulla copertina dell’edizione anglofona non ci sia nessuna segnalazione di nessun genere?



La pelle fredda in Italia non ha nessuna recensione. Neppure la mia, perchè all’epoca il libro non l’avevo comperato su Amazon. 
Perchè? Mistero. 
È un romanzo dal sapore avventuroso. Sul risvolto sono menzionati Stevenson e Conrad, e vanno bene. È menzionato sapete anche chi? Lovecraft sì, ancora lui, tanto per cambiare, anche se qui è un po’ più pertinente. È una storia cupa, desolata, ossessionate, scritta molto bene, ma purtroppo da noi nessuno se l’è filata. Come mai? Perchè anche qui la storia non combacia con i canoni della roba che vende, e tra l’altro neanche il formato. Già, perchè un libro dev’essere lungo tra le trecentocinquata e le cinquecento pagine, per essere ok. Di meno, come in questo caso, da l’idea che non valga niente, di più...oh, non scherziamo, mi devo leggere per davvero sto mattone?
Insomma, per vendere di più si sacrifica la varietà. È come se l’editoria sia ormai una specie di monocoltura, come le piantagioni di mais che stanno soppiantando l’Amazzonia. E sapete cosa fanno le monocolture? Impoveriscono il terreno, lo rendono sempre più arido, esauriscono gli elementi, fino a farlo diventare un vero e proprio deserto.


martedì 23 giugno 2015

Dove sono le mie recensioni?




Un paio di mesi fa, in questo post, facevo l’ipotesi che probabilmente la stragrande maggioranza di quelli che scaricano ebook in offerta gratuita, poi, questi ebook non li leggono. Sostenevo questo perchè avevo ottenuto molti download durante i periodi in cui le mie storie erano in offerta gratuita, ma pochissime recensioni. In quell’occasione, un utente, con un commento, mi aveva fatto notare che magari il fenomeno si verificava non perchè chi scarica ebook gratuiti non li legge, ma perchè questi lettori hanno una coda di lettura molto lunga. Lui stesso, il lettore che commentava, aveva una coda di moti ebook, che avrebbe letto con calma e poi recensito. Be’, ho risposto io all’epoca, potrebbe proprio essere così, e c’è anche un metodo facile facile per scoprirlo, basta aspettare. Oggi, a distanza di mesi, la situazione è la stessa. Ho ricevuto una recensione, nel frattempo, sul racconto al quale mi riferivo nel vecchio post. Come numeri stiamo parlando di duecento e passa download gratuiti e quattro recensioni che non ho modo di sapere se provengono da letture di copie a pagamento o gratis. Certo, la non-recensione non è prova che l’ebook non è stato letto. Molte persone non hanno l’abitudine di recensire la roba che leggono. Non hanno tempo, non hanno voglia, non gliene frega niente, o semplicemente non ci pensano. Io stesso, che la meno spesso e volentieri con la storia dell’importanza delle recensioni, non recensisco tutto quello che leggo. Mi sforzo di fare il massimo, questo sì, come spiego qui, seguendo delle linee guida che credo siano utili, ma non recensisco proprio tutto. Con la mia ultima pubblicazione sta succedendo la stessa cosa, molti download gratuiti durante la promozione e una sola recensione. È vero, nel caso di Prega il tuo dio è passato poco più di un mese, è un po’ presto per fare resoconti, però l’impressione resta quella che la massa dei lettori che scaricano roba gratis, poi non la legge.È ovvio che non è così per tutti. Io ho scaricato roba gratuita e l’ho letta. Il mio amico Fabio  fa lo stesso, lo so per certo. La maggior parte però, no, è evidente, altrimenti su centinaia di copie scaricate credo che qualche recensione in più arriverebbe. O no?Farebbe comodo avere un’idea più o meno chiara del rapporto statistico che c’è tra copie scaricate e recensioni ricevute. In rete non ho trovato dati precisi. In un ottimo manualetto intitolato Il Tao e la top 100 di Amazon di Davide Mana, letto qualche giorno fa, l’autore sostiene che soltanto il 10% delle copie scaricate gratuitamente viene letto e di questo 10 solo l’1-2% viene recensito. Quindi la percentuale di recensione su copie gratuite sarebbe una o due su mille. A me sembra poco. Soltanto una persona su mille scrive una recensione? Mi sembra davvero poco, però...diciamo che le mie esperienze, nonostante in apparenza le percentuali mi sembrino troppo basse, tendono a confermare queste percentueli.  In conclusione non ho soluzioni, ragiono su queste cose solo per cercare conferme o smentite.




martedì 16 giugno 2015

Faccine di merda





Non userò mai le faccine. Intendo le faccine che si mettono in fondo alle frasi, gli smile, gli emoticon quelle inutili, futili, ingannevoli faccine.
Le faccine sono una bastardata. Sono fuorvianti e mescolano le carte di una conversazione, sui social, su un forum o dove capita. 
Quando parlo con qualcuno, di persona intendo, faccia a faccia, ho la situazione sotto controllo. Vedo le reazioni sul volto del mio interlocutore in tempo reale e molto bene, in modo chiaro, almeno che non abbia due decimi di vista. Se questo s’incazza m’accorgo. Se fa ironia pure, se è sarcastico, se s’offende, se mi sta cacciando balle a tutto spiano, se mi sta prendendo per il culo, se è stufo, se è annoiato, anche se cerca di dissimulare me ne accorgo, o almeno ho la possibilità di farlo. 
In una conversazione virtuale no. In una conversazione virtuale non ho la possibilità di sapere, di scoprire tutto questo. In una conversazione virtuale in rete, ossia scritta, l’unica cosa che fa trasparire un po’ di emozioni, poche, è la scrittura stessa. Dalla scrittura, dal modo in cui uno scrive, si può intuire quale sentimento ci sia in ballo in quel momento. Astio, felicità, rabbia, noia, scazzo, è difficile, più che dal vivo , ma un piccolo margine c’è. Di fronte a una battuta farcita da quelle belle faccine di merda invece, tutte le carte in tavola vengono cambiate. Tutto diventa ambiguo. Uno può mandarti affaculo e piazzare una bella faccina di cazzo che ride in fondo all’insulto per stortare il significato dell’espressione. E uno resta lì, c’è lo smile, quindi è tutto pacifico, però si ha l’impressione di essere appena stati mandati affanculo. Qualsiasi giudizio può venire falsato, basta metterci la faccina. La discussione si fa accesa, e a suon di faccine non si capisce più un cazzo di niente. Il massimo è quando si mette solo la faccina, senza aggiungere niente, sia essa ridente o triste o quello che è. Quello è la vetta della falsità. 
Oramai non ci si fa più caso. Non ci faccio più caso quasi nemmeno io. Però, se ci rifletto, odio le faccine.
Certo, a mettercisi d’impegno, si potrebbe tentare di estrapolare dei significati stabili anche dall’uso delle faccine di merda, un vero e proprio linguaggio. Il problema è che è una piccolezza, fredda, molto limitata, la faccina, il che rende una ricerca del genere molto complicata.
Insomma, le faccine di merda sono delle scappatoie per nascondere le proprie intenzioni, comode, efficaci. Prendere per il culo uno dal vivo, senza che questo se ne accorga, richiede una certa maestria, di più o di meno in base alla maestria dell’altro nell'accorgersene, ma comunque richiede talento. Le faccine di merda no, annullano il talento, e annullano la genuinità della conversazione.
Ecco perchè non userò mai le faccine di merda.

martedì 9 giugno 2015

Io scrivo le parolacce



È giusto, quando si scrive, fare uso delle parolacce? Credo di sì. Io lo faccio. Raccontare una storia, realistica o fantastica che sia, vuol dire sempre raccontare la realtà, e la realtà è piena di parolacce. 
Fare uso abbondante di parolacce non è di certo una novità. Ci sono scrittori che hanno fatto del linguaggio scurrile una vera e propria bandiera, loro malgrado. Mi vengono in mente Bukowski o Irvine Welsh. Ma ce ne sono molti altri, chi più chi meno, Lansdale, King, non voglio stare qui a fare un elenco. Il cinema poi, da Tarantino in poi, ha sdoganato la scurrilità in modo definitivo. Perciò la parolaccia nel testo scritto non ha più nessun valore innovativo. La parolaccia fa semplicemente parte della vita reale che viene costantemente descritta nelle storie che si scrivono. Quindi va utilizzata. 
Spesso mi capita ancora di leggere espressioni come “cosa diavolo succede” o “dannato telefonino, non prende” quando un “che cazzo succede” o “sto cazzo di telefono non prende” sono molto più realistiche e appropriate. Certo, conta il contesto, ma io vorrei tanto sapere in quale contesto uno possa trovarsi a dover dire cosa diavolo succede. Piuttosto uno non dice niente. 
Per quel che riguarda i dialoghi non c’è scusa, se c’è l’imprecazione dev’essere per forza a suon di parolacce.
Se si parla invece di voce narrante allora la faccenda è un po’ diversa ma neanche tanto. Chi è il narratore? Non è uno che racconta? Va bene, nel caso del narratore onnisciente non è esplicitamente una persona fisica. Ma è pur sempre una voce figlia del tempo di cui narra, a parte eccezioni che devono essere specificate. Il narratore non è un gentiluomo dell’ottocento (ammesso che i gentiluomini dell’ottocento parlassero davvero come i gentiluomini dei romanzi dell’ottocento) ma è uno qualunque dell’epoca in cui è ambientata la storia. E allora? O si limita a narrare i fatti in modo distaccato, narratore esterno, allora non avrà mai occasione di dire niente di suo, oppure “parlerà” e allora le parolacce mi sa tanto che ci debbano scappare.
Non utilizzare le parolacce non è giusto. Confonde le carte. Quando uno scrive deve dire la verità, e se è logico aspettarsi le parolacce, le parolacce devono arrivare. 
Il problema è capire quando è logico aspettarsi le parolacce. È il problema sì, ma di facile risoluzione. Basta riprodurre esattamente le cose come sarebbero dal vero. Il mio personaggio quarantenne va in posta e l’impiegata quando è il suo turno gli chiede cosa deve fare? Lui risponderà che deve spedire una raccomandata. Una volta uscito però, dopo mezzora in fila dietro vecchi che tossivano, incontrando un suo amico alla domanda cosa fai qui? Risponderà che è andato a spedire una cazzo di raccomandata di merda. 
Insomma, le parolacce fanno parte della nostra cultura, e vanno messe, a testa alta, dove è giusto che ci siano. 





mercoledì 3 giugno 2015

Le migliori facce della storia del cinema

Ho sempre avuto la fissa per le facce. La gente fa in continuazione facce di tutti i tipi, in modo più o meno volontario. Spesso le facce sono indicatrici più di mille parole, non credete?
Sono un cultore delle facce e nei film di facce ce ne sono una marea. Ah, per faccia intendo una cosa tipo: “ehi, non ti piace il budino? Fai una faccia”. Oppure : “come l’ha presa? Ho visto che aveva una faccia”. Insomma la faccia. 
Qui ho elencato quelle che secondo me sono le migliori facce della storia del cinema. Ovviamente ce ne sono tantissime, una più importante dell’altra, ma queste per me sono le migliori.
Di proposito non ho messo foto o video delle facce in questione, perchè per apprezzarle vanno viste nel film intero.
Sono un semplice appassionato, non ho competenze tecniche oltre quelle che si possono sviluppare godendosi migliaia di film, perciò, tutto quello che dirò qui sotto, potrà essere deriso dagli espertoni. 


Al quinto posto...

Forse l’attore migliore di tutti i tempi è Jack Nicholson. Di sicuro è uno tra i migliori di sempre, di sicuro a qualcuno farà schifo, perchè è esagerato, sempre all’eccesso, con la faccia da schiaffi. Nessuno però potrà mai dire che non è un grande attore. Secondo me è il più grande di tutti. Ed è sua la prima faccia che prendo in considerazione in questo piccolo olimpo delle facce. 
Shining. Gran film, gran regista, grande storia, grande protagonista. Un cult. La faccia in questione è quella che il buon vecchio Jack ci appioppa nel punto esatto di svolta del film: Jack Torrance impazzisce. Jack sta da solo nel salone, gioca con la pallina, non scrive niente di niente a parte quella filastrocca. E a un certo punto impazzisce, cade vittima dell’albergo, e lo esprime con una faccia da antologia, stanca, sfatta, atona, ma con un guizzo ottuso e nascosto che fa venire la pelle d’oca. Con un’unica espressione Jack riassume tutto il film. Il film, alla fine, non è altro che quell’unica faccia, malata e perversa come l’Overlook. 




Al quarto posto...

Qui le facce in realtà sono tre. Appartenenti a due film diversi e a tre donne. 
Thelma e Louise e Million dollar baby. Le metto alla pari perchè non so decidermi. 
Geena Davis e Susan Sarandon sulla macchina, ferme nella sabbia prima di partire verso il precipizio. Due donne sfinite, ben oltre il punto di non ritorno, senza più nulla se non la loro amicizia. Quelle facce polverose, sudate, sorridenti, gli occhi luminosi. Stanno per fracassarsi nel Gran Canyon, gente, e ti piantano lì quel sorriso triste e felice, che tutte le volte che vedo il film mi fa disperare. Si guardano e dalle loro facce sprizza fuori tutta la stanca e gloriosa tragedia. 
Hilary Swank in palestra mentre il Grande Vecchio, ottantacinquenne tre giorni fa, accetta di allenarla dettando le sue regole. Un sorriso enorme che tenta d’essere trattenuto, ma non ci sta proprio in bocca. L’immagine della felicità. La felicità intera, di tutti i bambini la mattina di Natale messa dentro una sola faccia. È per questa faccia qui che Hilary ha vinto l’Oscar.
Tre grandi attrici, mai arrivate in cima, sempre un passo indietro le star assolute, belle soltanto da ubriachi, ma fenomenali.





Al terzo posto

Finalmente un film italiano. Fellini? Monicelli? No, Aldo, Giovanni e Giacomo. Allora sarà Tre uomini e una gamba. No, La leggenda di Al John e Jack. La scena del compleanno di Jack. La faccia che riesce a piazzare Giacomo constatando che Giovanni gli ha regalato un libro del Carabbaggio invece dei colpi della pistola è arte pura. Non so pensare a niente di fatto meglio, nella sua brevità, nella sua fissità perfetta. Ho sempre considerato Giacomo il più attore dei tre, il più disinvolto, ma qui supera ogni possibile bravura. Certo, non trasmette altro che il disappunto zotico di un analfabeta, ma te lo trasmette dritto in mezzo agli occhi come un cazzotto. 






Al secondo posto...

Rayan Gosling ha avuto un momento in cui sembrava dover sfondare qualsiasi cosa si potesse sfondare. Due o tre anni fa, più o meno. Poi s’è un po’ fermato. Di sicuro è un bravissimo attore e la massima espressione di questa bravura la dimostra in Drive, di Nicolas Winding Refn. Gran regista, tanto per precisare. 
La scena dove si può apprezzare la faccia è quella della rapina al banco dei pegni. La rapina va storta, Standard viene colpito mentre torna alla macchina. Quando viene esploso il secondo colpo e Standard crepa in mezzo al piazzale, Gosling fa una faccia che con una leggera smorfia riesce a descrivere l’intero personaggio e forse anche il film. Il pilota, Drive, il protagonista insomma, è un disadattato, un disperato, arrivato da chissà dove, cresciuto chissà in quale degrado sociale, senza famiglia, senza niente. Cerca di risalire, cerca di ritagliarsi un posto nel mondo, lavorando, sgobbando, e “arrotondando”, sfruttando quello che sa fare meglio. Questo pilota non è Jason Statham, non è il solito solitario senza passato che prende a botte tutti quelli che lo guardano storto. No, e tutto è contenuto in quell’espressione. Gosling ha paura, si spaventa, ha uno scatto terrorizzato. Nella fissità imposta dalle caratteristiche del personaggio riesce a mettere mille sfumature. La paura, la fragilità umana atipica per il genere, la presenza di spirito, la velocità di ragionamento, difetti e pregi di una persona “normale”, l’istinto d’autoconservazione sconosciuto a molti duri del cinema. Questo pilota le cose se le suda, non gli vengono da una supremazia misteriosa o da caratteristiche spinte all’eccesso. E tutto sta dentro quell’unica faccia tesa.



Al primo posto

Per qualche dollaro in più. Forse il più equilibrato tra i tre della “Trilogia del dollaro”. Trilogia che, giratela come volete, ha cambiato il cinema. Prima John Wayne se la rideva sparando minchiate con uno stivale appoggiato su una sedia e cavalcava sparando e ricaricando i due fucili facendoli roteare. Poi... Sergio Leone ha fatto vedere come poteva essere un film innovativo, moderno, e tutti l’hanno copiato. Esiste un prima Sergio Leone, e un dopo Sergio Leone. Qualcuno ogni tanto tira in ballo Sam Peckinpah, ma gente, Peckimpah è bravissimo, ma i suoi film migliori sono posteriori alla Trilogia e poi, scusatemi tanto, il suo stile non l’ha seguito nessuno. 
Il colonnello Douglas Mortimer corre dietro all’Indio per tutto il film e alla fine lo trova. Lo stana, letteralmente, sfoltendo insieme al “ragazzo” tutta la gentaglia che lo circonda. Soltanto che l’Indio è come Ramon, l’Indio è Ramon, per tutti i ragazzini che sono cresciuti idolatrando questi film, ossia è uno che meglio farselo amico. Il vecchio Mortimer si fa fregare come un pivello e l’Indio lo disarma. Eh sì. Tutta la fatica per trovarlo, i pericoli, la strategia, io dall’interno tu dall’esterno, tutto buttato nel cesso. L’indio apre il suo bell’orologio rubato e pronuncia la frase: “quando la musica finisce cerca di sparare, cerca”. E il colonnello Mortimer se ne resta lì, la pistola a qualche metro, nella polvere, il fucile dell’Indio puntato contro, il ghigno malsano e puzzolente di Volontè dritto davanti. 
L’Indio è lo scopo di vita del colonnello. Mortimer vive per far fuori l’Indio, ha fatto di tutto per trovarsi nella condizione di poterlo fare fuori, per vendicarsi. L’Indio ha ammazzato la sorella del colonnello, anzi, peggio, la sorella s’è sparata mentre l’Indio la violentava nel suo letto, dopo aver ucciso il fidanzato. E Mortimer vuole vendetta. Ce l’aveva quasi fatta, era ha un millimetro, e in un attimo la situazione è precipitata e si ritrova nella merda più nera. Non solo morirà, quello è il meno, ma non riuscirà vendicarsi, non eliminerà il suo nemico e quello anzi se la riderà ancora, soddisfatto, unto, sudato, vincitore per l’ennesima volta. Mortimer ha perso, ha fallito, è tutto finito. E noi, sullo schermo vediamo tutto questo dipinto sul volto di un Lee Van Cleef eccezionale, immenso nel mostrare tutta la disperazione che si possa immaginare. Un uomo distrutto, esterrefatto, al quale è stata tolta l’unica speranza, tuttavia dignitoso, duro come la roccia, inamovibile nella desolazione. La musica di Morricone tira coltellate nello stomaco, e la musica non è altro che la disperazione del colonnello.
Poi va be’, sappiamo tutti come va a finire.    





mercoledì 20 maggio 2015

Ho uno stile




Come scrittore ho uno stile. Piaccia o meno ce l’ho. Qui di fianco potete ammirare le copertine delle mie prime tre pubblicazioni. Qualcuno può negare che ci sia un certo stile?  Qui sotto invece (anche da parte in realtà) potete vedere la copertina della mia ultima fatica (il romanzo Prega il tuo dio, in offerta GRATUITA su Amazon). Insomma c’è una certa coerenza nelle quattro copertine, uno stile appunto. 


Anche le storie che scrivo hanno tutte un certo stile. 
Prima di tutto sono storie fantastiche, nel senso che strabordano sempre dalla realtà. Poi non mi piace ingabbiarle in un genere specifico, anche perchè, ad essere sincero, non saprei in quale. Certo, nello store sono classificate come horror, thriller, avventura, roba così, ma mi vanto del fatto che nessuna di queste categorie rispecchi la vera identità delle mie storie.
Sono storie scritte per intrattenere, divertire, di sicuro non sono scritte per insegnare qualcosa. Nelle mie storie non c’è spazio per paroloni, gente che parla come i foglietti illustrativi delle medicine oppure che si “corica”, personaggi che si svegliano di “soprassalto”, cuori che hanno “sussulti” e neanche pignolerie varie. Nelle mie storie ci sono le storie. Questo è il mio stile.  
Certo poi, se non vi interessa sapere cosa fa una pastora sola in un alpeggio, una pastora giovane e sexy, quando viene aggredita da altri pastori folli e pieni di muscoli, non ve ne frega niente di sapere cosa ci fa la Madonnina del duomo di Milano, in giro per le strade della città, di notte, incazzata nera, o com’è possibile che un sanguinario essere nero sorto dall’immondizia, faccia fuori chi gli capita a tiro sodomizzandolo, be’, probabilmente il mio stile non fa per voi. 

martedì 12 maggio 2015

Game over




Il telefonino sta piano piano uccidendo il videogioco. Mi spiace ma è così. Lo odio, il telefonino, perchè non sai mai dove tenerlo, in tasca da fastidio, è duro, devi sempre guardare se t’hanno chiamato, non puoi dire che non c’eri, e poi ti fa venire il tumore. Sta cosa del tumore però valeva per i modelli di qualche anno fa. Adesso non ne parla più nessuno, del fatto del tumore, dev’essere perchè i nuovi modelli non sono più pericolosi, sì, dev’essere così. Altrimenti avrebbero fermato le vendite, non vi pare? 

In più adesso odio il telefonino perchè sta uccidendo il videogioco, arte sottovalutata che amo da sempre.
È andata così.
Una volta c’erano i videogiochi. E facevano cagare. Erano delle schermate nere con qualche quadrettino colorato che si spostava e dei rumori tipo scherzo di carnevale. 
Poi arrivò il Commodore 64 e tutti iniziarono a passare le ore davanti allo schermo che cambiava colore rischiando crisi epilettiche aspettando che si caricasse la cassetta.
Poi fu la luce. Il Sega Master System si stagliò a levante come il monolite di 2001 Odissea nello spazio, orizzontale però, e tutti iniziarono a pestare per terra con femori e scapole urlando all’impazzata. Una nuova era. L’alba del videogioco. 
Per anni e anni i giochi si sono susseguiti uno meglio dell’altro, in qualche caso l’altro restava meglio dell’uno, devo dirlo per correttezza, e tutti i ragazzini hanno ammaccato i loro polpastrelli sui pad e si sono pinzati la pelle delle mani con le leve dei joystick. I mouse si sa, non procurano nessun tipo di lesione. 
Un giorno però, dopo che la gloria delle consolle giapponesi era ormai scomparsa da tempo insieme al Sega Mega Drive, e il monopolio di nicchia era rimasto per anni nelle mani di Amiga e Pc, dando alla luce capolavori ineguagliabili, e anche qualche schifezza inguardabile, un secondo monolite sì profilò all’orizzonte. Grigio, questa volta. Altri femori e altre scapole furono fracassate in terra. L’alba dell'ultima era.  
L’ascesa della più incisiva e totale tra le console della storia fu inarrestabile. La Play Station entrò in tutte le case, una scatoletta leggerina con uno sporlellino che faceva ridere, e, a parte all’inizio, economica. 
Niente fu come prima. 
Montagne di soldi iniziarono a crescere e le tasche si riempirono. Allora si fecero tasche sempre più grandi per montagne sempre più alte. 
I giochi, piano piano, senza che nessuno se ne accorgesse iniziarono a diventare di più e più facili. Sempre di più, sempre più facili e sempre più uguali. Quando finalmente il monolite divenne verticale(opzionale) e nero, fatto come dio comanda, non ci fu più niente da fare. Le tasche divennero elastiche, così da potersi allargare a piacimento e in modo naturale, che cambiarle sempre era una rottura di palle, e le montagne sempre più alte. 
In cambio però, il monolite nero e verticale(opzionale) diede anche tanta di quelle potenza da permette ad alcuni eroi di concepire giochi immensi e innovativi. Per un istante il mondo rimase così estasiato di fronte a una botte talmente piena e una moglie talmente ubriaca, che corse a comperare un telefonino. E da quel momento il mondo dei video giocatori fu come morto.
Il telefonino, subdolo, si infilò pian piano dentro le vite, vibrante e lampeggiante, preparando il terreno per la resa dei conti finale. Modificò il linguaggio. Modificò le scuse per i ritardi. Modificò i metodi d’approccio. Modificò l’ansia dei genitori. E diventò indispensabile. 
Intanto il dominio monolitico Sony venne spaccato da un altro monolite, tendente al bianco-verde. I giochi raddoppiarono, e così le tasche da riempire e le montagne di soldi da alzare. Raddoppiò anche la facilità dei giochi, nel tentativo di racimolare anche l’ultima possibile categoria di fruitori: i non vedenti. 
Poi, la fine. Lo smartphone. Gli smartphone iniziarono a luccicare, lucidi, piatti, sottili. I telefonini diventarono di colpo talmente brutti e poco alla moda che si ruppero o gli si esaurì la batteria. All’inizio tutti gli smartphone mostravano sullo schermo piatto ad alta definizione solo una spirale bianca e nera in rotazione. Dopo iniziò la pioggia. Dal cielo caddero milioni di giochini idioti e talmente senza senso che anche cani e gatti vollero uno smartphone per provarli con le loro zampe. Continuarono a cadere, ininterrottamente, e, colpo di grazia, gratis, oppure a 0,99. 
Come mosconi che si sollevano dagli escrementi al passaggio, tutti i videogiocatori volarono via, sotto la pioggia, tenendo i loro smartpohone come secchi, raccogliendo più roba possibile. 
Tutto il resto collassò.  E cari miei, ciao ciao videogame.
    



martedì 5 maggio 2015

Il prezzo del libro



Non è di certo una novità, ma ogni tanto capita di riflettere su qualcosa che si ha sempre davanti agli occhi e che proprio per questo diventa accettabile per definizione. I libri costano cari. Molto cari. Troppo. 
Ci si lamenta che la gente legge poco (vero), che l’editoria è in crisi (vero), che è colpa dei social network (vero), che le nuove generazioni non hanno voglia di faticare (vero), che la proposta editoriale è sempre più piatta (vero), che Amazon ammazza la cultura (falso), che il self publishing è dannoso (falso), ma avete presente cosa costa un libro?
Che cosa vuol dire leggere, nel senso in cui si intende quando si dice che la gente non legge? Vuol dire essere attirati da un libro, per qualsiasi motivo, aprirlo, iniziare a leggerlo, appassionarcisi, finirlo, cercarne un altro, appassionarsi anche  a quello, passare ancora a un altro, cercarne di simili, leggerli e così via. Quanto si spende a fare tutto questo? Una barca di soldi.
Il problema del costo del libro non è più un problema morale, è diventato un problema pratico. Semplicemente per molti non è più possibile comperarsi tutti i libri che vorrebbero leggere. Per me è così. 
Certo, leggere un Oscar Mondadori al mese è ancora possibile per molte persone, ma per un lettore più esigente, che magari gli Oscar, otto/novecento, li ha già letti praticamente tutti, che quando gira per le librerie guarda con un misto di gioia e nostalgia le copertine di quei capolavori, desideroso di rivivere l’emozione di un acquisto come quello, fatto anni prima, la situazione è più complicata. 
Leggere autori che piacciono porta a conoscerne altri, che si vogliono scoprire, che magari non ci sono in edizione economica, che magari sono fuori catalogo e vanno presi usati. Quando si innesca il meccanismo di ricerca/scoperta è difficile fermarlo. E se si segue la direzione giusta la lettura diventa ancora più vorace, si corre, si vuole leggere sempre di più. 
Fare questo, che credo sia la vera strada del lettore, costa un patrimonio. 
Le prime edizioni in brossura di libri in uscita hanno prezzi vergognosi. Se uno non è miliardario con due o tre di quelli s’è giocato il budget mensile. I tascabili costano meno, ma se sono prime uscite mica poi tanto. Media e piccola editoria sfornano romanzi d’autori sconosciuti a prezzi imbarazzanti. Spesso mi avventuro nel limbo di questa editoria,  e il risultato è sempre simile: un libro magari buono, che si legge in qualche ora, alla modica cifra di sedici euro. Ma sì, dai, cosa sono duecento al mese? 
Gli ebook, dal punto di vista economico, sono una presa per il culo. Oh, l’ho detto. Col il mio bel Kindle sarei felicissimo di leggerne a bizzeffe, se costassero quello che valgono. E invece devo stare attento anche lì. La versione cartacea costa talmente cara che la versione digitale può permettersi di costare come, se non di più, un tascabile. A parte qualche rara offerta, i prezzi sono sempre molto alti, e va bene che a contare è la storia, ma un ebook e resta sempre un banale file, con tutte le carenze di fascino che sappiamo, che non si può rivendere, e tra l’altro, tra un po’ di anni chi mi garantisce funzioni ancora? Chi mi garantisce che l’e-reader del momento leggerà ancora il mio vecchio file?  
Alla presa per il culo contribuisce anche il fatto che gli editori non sfruttano le potenzialità del digitale. Centinaia di titoli dimenticati, centinaia di autori dimenticati, che sarebbe possibile far ritornare in versione digitale senza grosse spese. Questo viene fatto? No. L’ebook esiste solo come alternativa ad un titolo già presente in cartaceo o come nuova uscita. 
Si può ripiegare sui libri usati, di solito venduti a metà prezzo, ed è scandaloso come mi senta quando trovo magari il titolo che cercavo a nove/dieci euro, perchè nuovo costava diciotto/venti, più spese di spedizione. Già, perchè ci sono le spese di spedizione. Se i grandi store online le omettono, non vendono però roba usata direttamente, così che si compra sempre da rivenditori minori che invece non possono affatto omettere. 
Si può leggere autori auto pubblicati, a prezzi per una volta veramente bassi, ma, anche se la roba buona c’è, non è tantissima, bisogna cercare, provare, e poi si finisce sempre per scoprire qualche autore pazzesco che ha ispirato qualcuno, e per quello i soldi bisogna cacciarli fuori.
Una cosa molto brutta è dover indirizzare le proprie letture verso i prezzi più bassi. Sempre più spesso mi capita di dover rinunciare a leggere qualcosa perchè troppo cara, così da dover rimandare, dover deviare su altro, che non è quello che sentivo di volere. Brutto, molto brutto.
Non c’è molto da fare, se anche in una situazione come quella attuale, di carenza di lettori e di vendite, gli editori tengono i prezzi tanto alti, di speranza ne vedo poca. L’unica resta rileggere sempre più spesso libri già letti, magari molto tempo fa. Di sicuro quelli sono belli e sono gratis. 

martedì 28 aprile 2015

Il buco nero del thriller


Attivando le promozioni del KDP di Amazon mi sono reso conto di come il genere a cui una storia appartiene può influenzare i download. Sai che scoperta, be’, ho voluto ragionarci su.
Nelle vecchie librerie, quelle dove si andava una volta, dove si poteva prendere in mano i libri e sfogliarli, dove il commesso ti guardava male...cosa? Ci sono ancora? E addirittura c’è ancora gente che le usa? Incredibile...dicevo, nelle librerie tradizionali sopra gli scaffali campeggiano i cartelli dei vari generi. Grazie a questi cartelli uno può orientarsi meglio e cercare con più facilità il libro che preferisce. Più la libreria è piccola, più le divisioni sono grossolane. Più la libreria è grossa più le divisioni sono sottili. Anche in un mega store mastodontico tuttavia, i generi sono suddivisi in modo strano. C’è una letteratura che ipotizzo i gestori considerino “seria” o “impegnata” la quale viene raggruppata tutta insieme in un macro-genere di solito definito “narrativa”. Qui dentro c’è di tutto, basta che sia una roba riconosciuta dalla critica-massa come seria/impegnata. Troviamo infatti 1984, Il nome della rosa, Dracula e I Malavoglia tutti mescolati insieme. Poi ci sono le sezioni dedicate ai generi. Thriller, giallo, fantasy, horror e fantascienza. A volte si trova anche rosa, oltre non si va mai. Questi sono i generi. Perfetto. Guardando l’ampiezza dell’area di scaffale riservata ad ogni genere si capisce che il thriller domina senza scampo, mentre gli altri tutti insieme stanno sulla parte rimanente dello scaffale. Come mai succede questo? Ovvio, perchè il thriller vende di più, è il genere più ricercato e quindi c’è più offerta. Questo invece, perchè succede? Be’. È molto meno ovvio, anzi, è quasi un mistero. Per capirlo si dovrebbe prima stabilire se l'attrazione del thriller è dovuta al thriller vero e proprio o alla massa informe di sotto e sopra generi che ingloba. Io credo che più o meno il successo del thriller sia dovuto al thriller vero e proprio, e non all’inglobamento, che s’è verificato nel tempo per questioni commerciali. La struttura del thriller, concepita per trascinare il lettore, ha il suo peso, la verosimiglianza, la pseudo realisticità degli eventi, anche. A mio parere il thriller è il genere meno “profondo” tra quelli esclusi dalla narrativa seria. Non ne vado matto, anche se lo leggo, credo che oramai siano fatti tutti con lo stampo e che non s’addentrino troppo poco nell’essere umano. Forse la sua superficialità dipende proprio dall’eccessiva inflazione che ha subito negli anni. È evidente che quando un genere tira così tanto e così a lungo si annacqui, si diluisca, e ciò ha contribuito a farlo diventare il genere di riferimento per lo svago. 
Su Amazon come siamo messi? Esattamente allo stesso modo. Amazon riproduce la classica divisione delle librerie tradizionali, forse con un dettaglio leggermente maggiore, ma comunque non come ci si potrebbe aspettare da uno store online che non ha problemi di gestione dello spazio. È strano come, quando si pubblica un ebook, si possa scegliere tra un sacco di sotto categorie che poi non compaiono più durante la navigazione normale nel catalogo. Mah.
Anche qui il thriller domina. 
Di recente ho attivato la promozione gratuita del mio ebook La Madunina, per due giorni. Delle cose che ho pubblicato finora questa è l’unica che ho inserito anche nella categoria thriller. Rispetto alle altre promozioni attivate in precedenza su altri titoli, storie di genere horror o azione/avventura, ha ottenuto molti più download, e con molta meno spinta da parte mia (segnalazione su due o tre gruppi google e basta). L’essere rimasto per due giorni nelle prime posizioni della categoria thriller ha dato molta più visibilità all’ebook, proprio perchè lì ci gira più gente. Molti potranno ritenere questa cosa una banalità, una cosa ovvia, e lo è, ma si tira dietro dell’altro. La Madunina non è una storia thriller nel senso classico del termine, anzi, è molte cose,(fanta-horror, pulp, azione, distopia pure) ma thriller lo è proprio per un  pelo. Tuttavia, inserendola lì, ha ottenuto benefici. Che cosa mai mi impedirà in futuro di “piegare” il genere di appartenenza delle mie storie per farle rientrare nella categoria thriller? Se farlo mi da benefici? E perchè non ne dovrebbero approfittare anche tutti gli altri, editori compresi? Tutto questo comporterà una sempre maggior confusione del genere, il quale finirà col fagocitare tutto, tipo buco nero.
La conseguenza sarà sempre maggior diffidenza negli altri generi? I quali diventeranno sempre più di nicchia e calpestati da tutti? Oppure alla lunga gli darà maggior prestigio e risalto, o anche solo dignità? 
Le divisioni in genere è importante che siano chiare e fatte bene, altrimenti creano solo confusione e sono dannose. Non vado matto per queste divisioni, anzi, credo che il massimo sarebbe la loro scomparsa. Visto che una divisione fatta bene pare impossibile, allora sarebbe meglio eliminarla del tutto. Una storia è una storia. È bella, è brutta. Ci piace, non ci piace. Il resto conta così tanto?

martedì 21 aprile 2015

Tre grandi misteri di Quentin Tarantino



Un regista grandioso, il più influente degli ultimi anni, fantasioso, estremo, creatore meraviglioso di dialoghi, ovviamente con i suoi grandi misteri. 



Cosa mi combini Bud?


Il primo mistero riguarda il film Kill Bill, che considero da sempre un unico film, almeno dal punto di vista narrativo. 
Il mistero è l’atteggiamento di Bud nei confronti del suo datore di lavoro Larry. Proprio non si può capire. 
Bud è un assassino spietato, un killer, abile ed esperto almeno quanto gli altri elementi della squadra Vipere mortali di cui fa parte. Per motivi sconosciuti la squadra s’è sciolta e ogni membro s’è fatto una vita propria. Bud è finito a vivere come un disperato in una roulotte scassata in mezzo al deserto. Prima lavorava in un autolavaggio, dove gli permettevano di arrivare in ritardo e ora lavora come buttafuori nello streap bar di Larry. Già queste sono cose strane. Il motivo per cui uno che giri per il mondo ammazzando persone e guadagnando grosse somme di denaro vada a finire in una roulotte schifosa non è molto chiaro, tuttavia si può accettare, la vita è strana. Ma come possa, un uomo del genere, sopportare certi insulti e maltrattamenti da un pappone qualsiasi, no, non si accetta. Bud, nonostante il physique du role non ci sia per niente e non ci sono elementi espliciti che lo facciano capire, deve essere un maestro di arti marziali, deve aver portato su e giù i secchi sulle gradinate del tempio di Pai Mei, sfondato tavole di legno a cazzotti e mangiato riso scotto e scondito. Deve saper maneggiare la spada di Hattori Hanzo che a differenza di quanto afferma s’è guardato bene dall’impegnare. Forse prima era più atletico, chissà, ora è un panzone, ma dovrebbe pur sempre essere una macchina da guerra, uno che è meglio non far incazzare, le tette di Beatrix, grandi e belle, ne sanno qualcosa. E invece? Accetta le angherie del datore di lavoro, si toglie quel cazzo di cappello, pulisce cessi pieni di acqua e merda da tutte le parti, subisce tutto abbassando la testa come uno scolaro con la coda di paglia. Com’è possibile? Cosa c’è dietro? Non lo so, non ho nemmeno un ipotesi che stia in piedi. Insomma, Bud mi pare proprio uno che se riceve un favore questo non significa che dev’essere trattato di merda, altrimenti può infilarselo nel culo il suo favore. I maltrattamenti di Larry mi sembrano ben superiori a qualcuno che ti abbaia addosso gli ordini. Ma niente, Bud subisce tutto in silenzio.


Il carnevale di Quentin


Il secondo mistero riguarda il film Django, e riguarda proprio la piccola interpretazione di Tarantino nella parte finale della storia. Jamie Foxx viene scortato da tre pistoleri disgraziati verso la miniera nella quale dovrà passare il resto della sua breve schifosissima vita a spaccare pietre. Uno dei tre pistoleri è Tarantino. Già da qualche anno il nostro Quentin non è più il ragazzo simpatico e spudorato, alto e magrolino, Jimmy insomma, che compera roba costosa, non cagate come Bonnie, bensì è pian piano diventato sempre più simile al Richie trasformato in vampiro al Titty Twister. Bolso, goffo, con una testa piuttosto grossa, diciamo che gli è successo esattamente quello che succede al vino. E cosa c’è di male? Assolutamente niente, tutti invecchiamo, cosa ce ne frega. 
Il pistolero interpretato da Tarantino quindi è un omone barcollante che ricorda lo Zio Zeb ma senza le frange. Il mistero sta proprio qui: come cazzo dobbiamo prendere questa interpretazione? 
Partiamo dall’abbigliamento. In seconda elementare, mi ricordo benissimo, per carnevale mi sono travestito da cow-boy: cinturone di cartone con fondina e cartucciera con tanto di proiettili di metallo, pistola a petardi, gilet di pelle, camicia a quadri, cappello di cartone ricoperto di stoffa. Mi ricordo perfino che raggiunta la piazza del paese al seguito della fila di carri colorati salutai mia zia che era sul balcone di casa sua, con una bella raffica di pistolettate. Ecco, come cow-boy ero molto più bello e credibile io che Tarantino in Django. Com’è vestito? Chi gli ha procurato quella roba che ha addosso? Stiamo parlando di un regista che ha fatto della cura maniacale nei dettagli uno degli elementi del suo successo. Questa cura è visibile in tutti i fotogrammi di tutta la sua filmografia. Questo pistolero invece non si può proprio guardare. Vestiti nuovi, rigidi, lindi, privi di qualsiasi caratterizzazione, faccia fissa, sguardo perso, come se aspettasse l’imbecco per la battuta. Infatti non c’è solo la faccenda dell’abbigliamento, anche la recitazione è così così. Nessuna battuta, poca dinamicità, poca presenza. Insomma, di solito le sua piccole apparizioni lasciano il segno, sono piccole perle. Conoscendo la sua attenzione potrebbe essere perfino una cosa voluta. Per qualche ragione ha voluto dare questo taglio scandente al personaggio, rendendolo quasi una patacca, un pagliaccio. L’abbigliamento è particolare in tutto il film. A parte rare eccezioni siamo di fronte a una sfilata di capi perfetti e sgargianti anche quando non dovrebbero esserlo. Perfino le coperte schifose e puzzolenti che si tolgono dalle spalle gli schiavi sono sgargianti. Siamo lontani chilometri dalla polvere di Sergio Leone. È una scelta, che s’abbina alla fotografia, portata avanti per tutta la pellicola, ma il pistolero va oltre questa scelta. Per me resta indecifrabile. L’umanità di Jimmy, con la sua vestaglia e quel sorriso, o la freschezza di Mr Brown, o il barzellettiere desperado. Qui abbiamo di fronte un pupazzo interdetto, che non so proprio come prendere.


Dove cazzo va Marsellus?


Il terzo mistero è presente nel grande film capolavoro: Pulp Fiction
Butch se ne sta tornando tutto contento al motel per recuperare Fabien, la sua odiosetta compagna. Ne ha combinate di tutti i colori, una cazzata dietro l’altra, e ancora ne deve combinare. E chi ti incontra al semaforo? Marsellus Wallace. E qui il grande mistero è proprio quello riassunto nel titoletto qui sopra. Dove cazzo va Marsellus? Cosa ci fa a piedi in giro per il paese? Con in mano roba da mangiare, probabilmente una torta e due bicchieri di caffè? 
Allora, Marsellus è miliardario. Vive in una villa enorme a Hollywood con piscina e un impianto di video sicurezza che non hanno nemmeno le banche di Zurigo. È un boss della malavita di Los Angeles, proprietario di locali notturni, controlla giri di droga, combina incontri di pugilato, ha uomini in tutto il mondo, perfino in Indocina. Cosa cazzo ci fa a piedi per strada a un semaforo pedonale uno così? Con in mano una torta e due bicchieri di caffè?
È vero, stiamo parlando di un film iperbolico, iperrealistico, l’eccesso è parte fondamentale della storia e del modo in cui viene raccontata, ma questo non è un eccesso, non è una siringa dritta nel cuore attraverso lo sterno, è più una assurdità al ribasso, un iperbole al contrario, e non un eufemismo, attenzione, ma una forzatura alla banalità, assente nel resto del film. 
Perchè mai Marcellus dovrebbe andare a comperare da mangiare da solo, a piedi, tra l’altro in un quartiere periferico e squallido che non è di certo il suo. Qui ci vive gente qualunque, a pochi metri da dove viene investito c’è un negozio di roba usata. Insomma, sapete chi è Marsellus Wallace? Se questa muore io divento concime per le piante. 
Questo terzo mistero è il più grande. È un mistero completamente narrativo e interno alla storia, come il primo,  che potrebbe però essere risolto da fuori. Tarantino non sapeva come fare per far incontrare Marsellus e Butch dopo il tradimento di quest’ultimo all’incontro combinato, e ha pensato di fare così. Semplice. Peccato che non è da lui, assolutamente. Crea incastri pazzeschi per tutto il film, la solita attenzione maniacale per i dettagli, la perfezione d’insieme, non può aver fatto uno scivolone del genere. Perciò non può essere considerato uno scivolone. Resta allora il mistero, irrisolvibile, di cove cazzo va Marsellus.